Costruire fallimenti felici
La aveva fatta proprio grossa; s’era lasciato spingere un po’ troppo oltre dal suo spiritaccio bislacco e, abbagliato da quel lampo di pazzia o di genio (tutt’uno!), non aveva pensato alle conseguenze, cioè alla somaraggine degli amici.
Luigi Pirandello, Appendice alle Novelle
Quante volte abbiamo sentito dire che i bambini vanno protetti? Che è meglio tenerli lontani da emozioni troppo complesse, da difficoltà che potrebbero ferirli, da esperienze che sembrano troppo dure? Nel tentativo di preservarli, a volte finiamo per sottovalutare la loro incredibile capacità di sentire, di affrontare emozioni intense, anche difficili. E, di conseguenza, ci troviamo impreparati ad aiutarli davvero.
Quando si parla di bambini gifted, serve fare pace con l’idea che le loro menti sono profondamente capaci di percepire il mondo, di vivere emozioni con un’intensità sorprendente e di porsi domande che, anche da adulti, fatichiamo a decifrare. E tutto questo spesso succede insieme, nello stesso momento. Non mi sorprende che molti genitori, quando mi scrivono o mi parlano, partano proprio da queste esperienze.
Se penso alla mia infanzia, alcuni ricordi sono nitidi, altri sfocati. Ma quello che non è mai cambiato, che è rimasto sempre vivido, sono le emozioni. Ricordo bene quella sensazione di guardare il mondo come un grande enigma da decifrare – un po’ lo è ancora oggi. Ricordo l’intensità con cui vivevo le cose, il bisogno di trovare risposte anche quando tutto sembrava incerto. È una caratteristica che rende unici i bambini gifted, ma che li espone anche alla sfida di imparare a gestire il fallimento e trasformarlo in qualcosa di prezioso.
Ricordo la gioia della scoperta, le ore passate immersa in ciò che amavo, senza preoccuparmi del tempo. Ma ricordo anche la tristezza, la rabbia e quel senso di inadeguatezza quando le cose non andavano come speravo, spesso proprio tra i banchi di scuola e con i miei compagni.

🌿 Quando il fallimento è un lusso che non puoi permetterti
Per tanti bambini gifted, il fallimento non è solo una piccola battuta d’arresto, ma qualcosa che può toccarli nel profondo. La loro intelligenza e gli standard altissimi che si impongono li portano a vivere ogni errore come una ferita che scava dentro. Non mette in dubbio solo quello che sanno fare, ma chi sono. E questo, a volte, li porta a scegliere di non provarci nemmeno. Perché fallire può sembrare la conferma di essere, in fondo, “quello sbagliato” del gruppo.
Anche quando sanno di avere le capacità, la ricerca ossessiva della perfezione può bloccarli. Meglio non mettersi in gioco che rischiare di sbagliare e sentirsi inadeguati. Così, la paura del fallimento diventa una barriera silenziosa, che li tiene lontani da esperienze nuove, da quelle sfide che, invece, potrebbero farli crescere.
E non succede solo con i compiti o i progetti, ma anche nei rapporti con gli altri. Si comincia a stare un passo indietro, a non fare mai la domanda in più, a non mostrare tutto quello che si sa. Si diventa spettatori silenziosi, con la paura che un passo fuori posto possa far scattare il giudizio sotto forma di occhiate e risatine a prendere in giro.
Da fuori, magari, si vede uno studente tranquillo, forse un po’ timido, che lavora bene, che prende buoni voti e – cosa che a scuola viene spesso vista come un pregio – non crea problemi. Ma quello che non si vede è la fatica di restare sempre sotto controllo, di non esporsi, di preferire la sicurezza del silenzio anche quando dentro ci sarebbe tanto da dire. È una forma di oppositività sottile, nascosta: non un “no” detto a voce alta, con tutto il corpo, ma un continuo tirarsi indietro, un volare basso giorno dopo giorno. E il prezzo è alto, perché fatto sempre di stanchezza, tensione, insicurezza.
Spesso basta poco per innescare tutto questo. Una critica, una sgridata, ma anche solo un tono di voce diverso dal solito, o uno sguardo che, nella loro sensibilità, viene subito letto come un giudizio negativo. E poco importa quale sia l’origine reale di quel momento: quello che conta è che il senso di fallimento, per loro, è sempre legato a un’emozione forte. Ed è proprio da lì che dobbiamo partire, se vogliamo aiutarli a crescere e a sentirsi più sicuri nelle loro capacità.

🍋 I bambini gifted non sono limoni da spremere
Il primo grande aiuto che possiamo dare ai bambini gifted è far loro capire, fin da subito, che la perfezione non esiste e che un errore non dice nulla sul loro valore. È importante spezzare quel meccanismo in cui il bisogno di eccellere rischia di trasformarsi in una spirale di insicurezza e autocritica. Perché, alla lunga, quella pressione può diventare pesante da sostenere e portare a chiusure, blocchi o difficoltà emotive.
E sarò diretta: evitiamo di far pesare sui bambini il peso delle nostre aspettative, più o meno inconsce. Essere gifted non vuol dire essere dei “geni” e non vuol dire nemmeno dover sempre dimostrare qualcosa. In un mondo che già spinge verso la performance e il risultato, aggiungere anche il peso dei sogni di un genitore o di un docente – che spera di vedere quel talento tradursi in successi sempre più alti – può diventare insostenibile. E frustrante.
Raccontategli, invece, storie vere, di persone che ammirano, o anche aneddoti personali in cui un errore ha aperto la strada a qualcosa di grande per voi, mentre gli si mostra che il fallimento fa parte del percorso di chiunque – anche di chi ha raggiunto grandi traguardi: questo davvero può aiutarli ad alleggerire la pressione e a guardare l’errore con occhi diversi.

🗣 Parlare apertamente degli errori ed evitare etichette negative
Il dialogo con i genitori è uno degli strumenti più preziosi per accompagnare la crescita dei bambini gifted.
Dopo un’esperienza che non è andata come sperato, prova a creare uno spazio di confronto sereno. Chiedigli cosa secondo lui è andato storto, cosa ha imparato. Aiutalo a ridimensionare quel piccolo inciampo e a metterlo in prospettiva. Una domanda semplice, come: “Che lezione pensi di aver tratto da questo?”, può aprire la strada a riflessioni importanti. Così, l’errore smette di essere solo una ferita e diventa un feedback prezioso, un punto di partenza per crescere.
E quando parliamo di errori, il linguaggio fa la differenza. Invece di sottolineare il fallimento, proviamo a spostare l’attenzione sul processo. Dire cose come: “Questa esperienza ci ha insegnato qualcosa su come possiamo migliorare” oppure “Ora abbiamo un’idea più chiara di cosa funziona e cosa no” aiuta il bambino a non identificarsi con l’errore. A vederlo come una tappa del percorso, non come la fine della strada.
E c’è un ultimo spunto a cui tengo: e se, oltre ai successi, iniziassimo a celebrare i fallimenti? Non dico di fare applausi per ogni inciampo, ma di riconoscere lo sforzo, la sensibilità, il tentativo. Perché imparare che la perfezione non è tutto significa anche capire che il successo si misura nell’impegno, nella voglia di provarci ancora, e persino nel coraggio di dire: “Questa cosa mi è difficile, ma voglio provarci lo stesso.”
In questo modo possiamo creare un ambiente in cui ogni esperienza – anche quella che all’inizio sembra un errore – diventi un’opportunità per crescere. Un modo per allenarsi a navigare tra le piccole e grandi sfide che la vita mette davanti, ogni giorno.

COSE CHE HO VISSUTO QUESTA SETTIMANA
Ci sono momenti in cui le parole non hanno molto senso. Quando qualcuno che amiamo attraversa un lutto, o sta vivendo un dolore troppo grande per essere spiegato, ci sentiamo spinti a fare qualcosa di eclatante, a trovare una soluzione. Ma la verità è che, spesso, non c’è nulla che possiamo fare per cancellare quella sofferenza. E non serve cercare di sistemare le cose.
A volte, l’unica cosa che possiamo offrire è il nostro ascolto silenzioso, un abbraccio che non pretende nulla, una presenza che dice “sono qui, non devi spiegarti, non devi essere diverso da come sei”. Il silenzio, a volte, è il modo più profondo di far sentire all’altro che c’è spazio per il suo dolore, che non è solo, che può stare in quel legame, anche senza parole.
Mi è capitato di essere io stessa in quel silenzio, di sentire che tutto quello che potevo fare era stare lì, accanto a chi stava soffrendo, senza aggiungere altro. Perché, a volte, è nel non fare, nel non cercare di risolvere, che troviamo una forma di cura. Una cura che non urla, che non pretende, ma che sa che il dolore ha bisogno di tempo, di rispetto, di presenza.
Non serve fare gesti eclatanti, non serve avere la soluzione. A volte, basta sapere che qualcuno è disposto a condividere quel peso, a stare al nostro fianco in un momento di buio, senza fretta, senza aspettative. Ed è lì, nel silenzio, che si trova il vero senso della vicinanza.
Ciò che ho imparato – vivendolo – questa settimana, e che voglio ricordare anche nei giorni più frenetici, è che la gentilezza non ha bisogno di rumore per farsi sentire. La cura più profonda è quella che sa tacere, che offre la propria presenza, quieta e discreta.

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